| Agrigento
Addio ad Angelo Vecchio, un cronista con "l’arte della varia umanità"

Angelo Vecchio, cronista del Giornale di Sicilia e collaboratore per anni di altre testate siciliane, è morto ieri pomeriggio all’età di 77 anni nella sua Licata.
di Daniele Billitteri
Che differenza c’è tra un vecchio cronista e un cronista vecchio? Il primo resta cronista pure mentre gira i gamberoni sulla graticola. Il secondo “stette e dei dì che furono…”. Ebbene Angelo Vecchio è stato, e tale rimarrà, un vecchio cronista (nomen omen), uno che ha praticato il mestiere come un elisir di lunga vita e che ha gettato la spugna solo qualche ora fa a 77 anni nella sua casa di Licata, la città dove era nato. Non voglio sprecare spazio a raccontare la sua carriera: giornalista da Licata, poi da Catania per il Giornale di Sicilia, poi nella redazione centrale del quotidiano a Palermo: quasi sempre destinato a consumare scarpe sul marciapiede della cronaca nera. Il suo pane quotidiano? sbirri, giudici, mezze tacche, qualche boss, vittime, mafia e antimafia, come si direbbe adesso. Ma, oltre a questa carriera c’è anche molto altro. Ha scritto decine e decine di libri, scrittore più prolifico di un cespuglio tropicale della foresta amazzonica e non tutti di argomento “nero”. Vanagloria? Macché: era uno di quelli che bruciano della febbre del narratore. Appena metteva un neurone su qualcosa che lo incuriosiva, doveva attivare tutte le sinapsi. E che fa un giornalista quando gli succede questo? Si siede e comincia a scrivere. E lui questo faceva e con una velocità che gli ho sempre invidiato perché la sua voglia di raccontare non conosceva stanchezze.
Era un personaggio anche “americano”: non disdegnava un buon bicchiere e nel suo albero genealogico c’è un ristorante di Licata molto famoso e celebrato. Si concedeva pure il vezzo, comune a tanti altri cronisti dell’epoca, di portarsi a fiancò una Smith&Wesson calibro 38 Special quasi più grande di lui che era piccolino, secco come una sarda, con le gambe di ragno e le spalle da lottatore delle prime categorie. Aveva un’andatura saltellante e d’inverno non si separava mai da un giubbotto “chiodino” che faceva tanto “Friends”.
Angelo era simpatico e incazzoso quando serviva, aveva un bellissimo rapporto con le fonti dalle quali non si fece mai utilizzare, com’è pure accaduto. Già bianco a 50 anni, amava gli occhiali grandi che gli illuminavano il viso. Ecco, era luminoso, non ho mai conosciuto qualcuno che non ne parlasse più che bene. Sottolineao che era di Licata, luogo equidistante fra Palermo e Catania, un antidoto contro un campanilismo decisamente demodé.
Se n’è andato in silenzio dopo avere, tra le mille cose che ha fatto, assicurato che il figlio facesse l’avvocato e gli desse i nipoti. Un anno e mezzo fa aveva perduto la moglie. E forse li, tipico di quelli che hanno navigato a lungo negli oceani della vita, avrà deciso che il giorno era al tramonto. Arrivederci Angelo, vattela a discutere Lassù che, con tutte le cose tinte che ci sono piedi piedi, possono metterci una buona parola.
Alla famiglia di Angelo Vecchio le condoglianze di Assostampa
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