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Rizza: "Rita Atria il ricordo non può essere solo commemorazione. Serve l'impegno di ogni giorno"

Rizza: "Rita Atria il ricordo non può essere solo commemorazione. Serve l'impegno di ogni giorno"

di SANDRA RIZZA

Forse non tutti sanno che la prima targa voluta dal Comune di Palermo e deposta in una piccola area della memoria, tra via Autonomia Siciliana e via D’Amelio, in ricordo di Rita Atria e “di tutte le donne che hanno tracciato la strada verso la democrazia e la libertà”, fu vandalizzata, imbrattata con disegni osceni, e distrutta, una prima volta a soli tre giorni dalla sua collocazione, e una seconda volta tre anni dopo, nel 2024. Segno che il gesto rivoluzionario di denuncia di quella picciridda che nel lontano 1992 travolse gli equilibri mafiosi di un piccolo paesino siciliano, continua a disturbare e a fare paura anche a distanza di tanti anni dalla sua morte.

Oggi grazie all’Assostampa siciliana siamo qui per riprovarci: inauguriamo una nuova targa che ricorda il coraggio e il sacrificio di Rita Atria, la ragazza che da sola voltò le spalle all’omertà, e che a soli 17 anni portò alla sbarra decine di soldati della cosca di Partanna: quella stessa cosca che le aveva ucciso prima il padre, Vito, e poi il fratello, Nicola, che per lei era stato un secondo padre. La “picciridda” che Borsellino, intenerito, aveva preso sotto la sua ala protettiva e che si tolse la vita, una settimana dopo la strage di via D'Amelio, schiacciata dalla sensazione di impotenza nei confronti dello strapotere mafioso che per la terza volta le aveva strappato un affetto irrinunciabile, eliminando anche quel giudice che per lei era diventato importante come un altro padre, un “angelo custode” che la guidava sulla strada della legalità.

E attenzione: sto parlando consapevolmente di un “suicidio” non perché voglia minimizzare le ombre sulle incongruenze, sulla mancanza di protezione adeguata, sul contesto molto fragile che ha portato alla morte “indotta” di Rita, precipitata dal settimo piano del suo appartamento segreto in via Amelia a Roma: una fine favorita da solitudine e paura, che consacra un tragico fallimento delle istituzioni. Non voglio neppure dimenticare i sospetti che nel tempo sono stati sollevati (e condensati in un paio di apprezzabilissimi libri che hanno chiesto la riapertura delle indagini) sulla possibilità che Rita sia stata fisicamente o direttamente assassinata. Mi riferisco a quei passaggi che mettono in dubbio la dinamica esatta del gesto, la posizione del corpo, la modalità della caduta, e anche l’idea che non tutto sarebbe stato ricostruito in modo approfondito. Oggi parlo di suicidio perché comunque fino ad oggi questa tesi, a livello investigativo e giudiziario, non è mai stata ufficialmente confutata. Ma non per questo la lettura giudiziaria e storica sulla fine di Rita Atria può essere considerata una verità pacificata. Parlando della nostra ragazza contro la mafia, si è usata l’espressione: “vittima collaterale”. Collaterale a cosa? Collaterale a chi? Attenzione a non fraintendere le parole: Rita non è stata un danno laterale. Non è stata un effetto secondario. Era solo una bambina: è stata minacciata, calunniata, costretta alla fuga, perseguitata da un sistema di violenza che non tollera la verità, che punisce chi si sottrae al silenzio e chi trasforma l’isolamento in arma. È stata una vittima diretta di Cosa nostra e delle sue conseguenze più profonde: la paura, la solitudine, la stigmatizzazione, l’abbandono. La sua è la storia partigiana di una scelta: la scelta di collaborare con la giustizia, di affidarsi alle istituzioni, di credere che un’altra strada fosse possibile.

E qui si apre la domanda che non possiamo eludere: siamo stati all’altezza di quella fiducia? Sicuramente non lo siamo stati allora, 33 anni fa, quando lo Stato non riuscì a tutelare una minorenne affidata alla sua protezione. E come possiamo esserlo oggi? Sicuramente facendo memoria: ma quale memoria? Se vuole essere onesta, la memoria non può essere soltanto commemorazione. Non può diventare quella comoda moneta che garantisce facile legittimazione morale a chi la spende ipocritamente sulle passerelle istituzionali.

La memoria che vogliamo praticare non è quella che funziona finché non disturba, finché non mette in crisi il presente. E’ quella che – al contrario - serve a farci riflettere, ad aprire domande. Quella che non assolve il presente, ma lo interroga. Una memoria che non si limita a onorare i morti, ma pretende qualcosa dai vivi.

E la storia di Rita oggi pretende qualcosa da tutti noi: ci chiede di interrogarci su quanto davvero, oggi, nella vita di ogni giorno, siamo capaci di prendere posizione. Come ha fatto lei. Quanto sappiamo tutelare chi rompe con la mafia e ostracizzare chi la frequenta, quanto sappiamo sostenere chi denuncia e dissociarci da chi collude, quanto siamo capaci di accompagnare, non solo sul piano giudiziario ma umano, chi paga il prezzo della verità. Io credo che questo “quanto”, se guardiamo alla scena politica di oggi, alla cronaca di oggi, a chi ci governa, a chi si candida, a chi continuiamo a votare, a chi ci rappresenta spesso nelle istituzioni, è davvero poco, non è ancora abbastanza. Perciò dobbiamo pretendere, tutti e tutte, un maggiore impegno per far rivivere, nel pubblico e nel privato, quella capacità concreta che Rita Atria ha avuto di mettersi in gioco, da sola, per cambiare le regole criminali che dominavano il suo piccolo mondo soffocato dalla mafia.

Il Giardino della Memoria è un luogo vivo proprio perché ci chiede di trasformare il ricordo in pratica quotidiana. Qui non celebriamo soltanto ciò che è stato; qui decidiamo come stare nel presente. E nel presente, la lotta alla mafia non è un tema d’archivio. È una questione di diritti, di lavoro, di educazione, di formazione e di informazione libera. È una questione di scelte che riguardano tutti.

Una targa non restituisce una vita. Ma può impedire che una vita venga cancellata due volte: dalla violenza e dall’oblio. Che questa targa, per la quale ringrazio l’Associazione della stampa siciliana, sia allora un impegno, un vincolo: per Rita, ma anche per tutti e per tutte noi. Un impegno a non sentire come “collaterale” ciò che deve essere centrale nelle nostre vite di cittadini. A non sentire come periferico ciò che ci riguarda da vicino. A trasformare il ricordo in rigore quotidiano, la rievocazione in lotta alle piccole e grandi illegalità del paese, l’esempio in partecipazione e militanza attiva, nel solco della vigilanza democratica. Solo così, guardando a questa targa, potremo riascoltare l’urlo di rivolta di Rita Atria e restituire concretamente un senso alla sua vita e alla sua tragica fine.

Giardino della memoria: ricordati i cronisti uccisi dalla mafia. Una nuova targa per Rita Atria

"Settimana della libertà di stampa", la seconda edizione dal 4 all'8 maggio a Palermo. Ecco il programma

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