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AI Act: "L’intelligenza artificiale non sostituisce il fattore umano e il ruolo del giornalista garante della verità"

Dalle nuove regole europee sulle Pubbliche amministrazioni alle battaglie sindacali della FNSI: perché la tecnologia è solo uno strumento e l'etica professionale resta il cuore della democrazia.
di Marina Mancini
Il quadro normativo e tecnologico che circonda l’utilizzo dell’intelligenza artificiale ha raggiunto una tappa fondamentale. Con il passaggio chiave del 2 agosto, l'applicazione dell'articolo 50 dell'AI Act europeo segna uno spartiacque decisivo: sebbene l'entrata in vigore di altre disposizioni sui sistemi ad alto rischio sia stata posticipata al 2027 e al 2028, le norme sulla trasparenza di chatbot, assistenti virtuali e contenuti sintetici sono ora pienamente operative. La regola è chiara: il pubblico ha il diritto di sapere quando sta interagendo con una macchina o con un contenuto generato artificialmente. La norma riguarda da vicino le Pubbliche Amministrazioni e gli uffici stampa e comunicazione, urp, e redazioni web, chiamati a regolare l'uso di chatbot e contenuti digitali. Tuttavia, la vera sfida che emerge dal regolamento non è meramente burocratica o tecnologica: è una questione di qualità dell'informazione, di etica e di fiducia nei confronti dei cittadini.
In una fase storica in cui produrre e diffondere algoritmicamente testo, immagini, audio e video è diventato accessibile a chiunque, la figura del giornalista si conferma il presidio fondamentale della democrazia e della veridicità. Come evidenziato dalle linee guida dell’AI Act, un testo di interesse generale generato o supportato dall'intelligenza artificiale non richiede un’etichettatura automatica solo qualora sia stato sottoposto a un effettivo controllo editoriale umano. Ma cosa significa questo controllo? Non si tratta di una correzione di superficie o della sistemazione di un titolo. Significa applicare rigorosamente la deontologia professionale. Vale a dire: fact-checking approfondito verificando i dati e incrociare le fonti; controllo redazionale e responsabilità, assumendosi la piena e cosciente paternità di ciò che viene reso pubblico e valutazione del linguaggio ed empatia umana, per garantire una contestualizzazione etica e sociale che nessun algoritmo è in grado di elaborare.
L’intelligenza artificiale può aumentare la velocità e la capacità operativa degli uffici o delle redazioni, ma non potrà mai diventare la fonte autonoma della verità. Senza la supervisione del giornalista, il rischio di allucinazioni tecnologiche, errori grossolani e manipolazioni diventa esponenziale.
Il sindacato dei giornalisti segue con altissima attenzione le dinamiche legate all’impatto delle nuove tecnologie sulla professione e sul diritto dei cittadini a essere informati in modo corretto. Come ha ribadito Alessandra Costante, segretaria generale della FNSI, Federazione Nazionale della Stampa Italiana, quello tra intelligenza artificiale e informazione è «un rapporto complesso e impari». Il sindacato sottolinea a più riprese la necessità di regolamentare l'uso dell'AI anche all'interno dei contratti di lavoro e dei contesti editoriali: l'algoritmo deve rimanere un semplice supporto operativo e non può mai sostituire il giornalista né privarlo della sua centralità deontologica.
La battaglia per la qualità e l'indipendenza dell'informazione si combatte su più fronti contemporaneamente. Dalle denunce contro la diffusione di notizie false e contenuti razzisti veicolati da canali pirata, fino alle prese di posizione contro le minacce al lavoro e all'autonomia della categoria – come il ricatto economico, il fenomeno delle querele temerarie (Anti-SLAPP) e le pressioni sul diritto di cronaca –, la posizione di Assostampa e FNSI è netta: tutelare il lavoro giornalistico significa tutelare la trasparenza e la democrazia del Paese.
Cosa devono fare le pubbliche amministrazioni:
Per gli uffici informazione e comunicazione delle PA, le regole applicative dell'AI Act impongono scelte organizzative precise che ricalcano, nella sostanza, la logica della responsabilità editoriale:
1. Trasparenza con i cittadini: Un chatbot deve dichiarare la propria natura artificiale ed esplicitare chiaramente i suoi limiti e come richiedere l'intervento di un operatore umano.
2. Identificazione dei contenuti sintetici: Immagini, audio o video manipolati o sintetici (come deepfake o immagini verosimili) devono essere resi immediatamente riconoscibili per evitare disinformazione o inganni visivi.
3. Controllo reale dell'output: Chi usa strumenti generativi per una prima bozza deve sottoporre il testo alla verifica di una persona fisica che se ne assuma la responsabilità editoriale.
4. Tracciabilità dei processi: Ogni ente deve censire gli strumenti informatici in uso, stabilire quali dati non possono essere elaborati dall'AI e garantire una formazione continua del personale in base alle mansioni svolte.
Il principio che deve guidare sia la comunicazione pubblica sia il giornalismo nell'era dell'intelligenza artificiale non è quello di applicare un bollino ad ogni riga scritta o immagine elaborata. Il vero obiettivo è garantire che la verità delle notizie sia protetta dall'occhio critico e rigoroso dell'uomo.
L'intelligenza artificiale è e deve rimanere soltanto uno strumento di calcolo e supporto. La veridicità, l'etica deontologica, il senso critico, l'imparzialità e l'umanità restano – oggi più che mai – una prerogativa esclusiva e insostituibile del giornalista.







