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Di Girolamo: "Legge bavaglio, i cronisti di provincia i più penalizzati. E basta comunicati senza nomi"

Di Girolamo: "Legge bavaglio, i cronisti di provincia i più penalizzati. E basta comunicati senza nomi"

di Giacomo Di Girolamo

Sia chiaro, qui non c’è da difendere l’interesse dei giornalisti, ma il diritto delle persone a sapere e a capire. Conoscere le motivazioni che sono alla base di un provvedimento - ad esempio - di limitazione della libertà personale, spiegare gli elementi alla base della richiesta della procura, e della decisione di un giudice, serve a chi legge per capire non se una persona è “colpevole” o meno, ma cosa sta accadendo, quali interessi ci sono in campo, avere, in maniera trasparente, gli elementi per valutare cosa giustifica provvedimento così gravi. L’idea del giornalista che gode al tintinnar di manette, fa il portavoce delle procure, l’ufficio stampa di qualche pm, è profondamente sbagliata. Si, ci sono, è vero, giornalisti che hanno la delicatezza di un Torquemada, quando si tratta di persone coinvolte in casi giudiziari. Si, è vero, in diversi casi la stampa italiana non ha brillato per cautela e garantismo. Ma sono comunque rumorosi casi minoritari, eccezioni.

foto giacomo di girolamo e1586380480502Nel disastrato campo dell’informazione italiana, soprattutto a livello locale, esistono (anzi resistono) giornalisti che cercano di fare bene il loro mestiere, che è quello di raccontare storie, cercando di ascoltare tutti e di avere più fonti. I provvedimenti come l’ “emendamento Costa” colpiscono i poveri giornalisti di provincia, che già fanno una vita complicata. Tra l’altro, ancora una volta, si norma qualcosa che già è chiaro di suo, perché tra codice di procedura penale e regole e codici dell’ordine, tutto, in realtà, dovrebbe essere chiaro.

Cercare di fare giornalismo di inchiesta, oggi, non solo è difficilissimo, ma a volta sfiora l’assurdo. Da quando è entrata in vigore, ad esempio, la legge sulla presunzione di innocenza, le cronache che pubblichiamo, riferite ad operazioni di polizia, arresti dei carabinieri, sequestri della Finanza, eccetera, hanno un tono un po' surreale: sono scomparsi i nomi. E' stata scoperta una rete di spacciatori a Trapani, brillante operazione dei carabinieri, bene, chi sono?, boh, perchè?, perchè non ci sono i nomi. E perché non ci sono i nomi? Perché non si possono fare nomi, ed ogni comunicato va autorizzato dalla Procura. Perché siamo tutti innocenti fino a prova contraria.

Noi abbiamo diritto di sapere i nomi degli indagati di un'operazione anti riciclaggio, o di una retata sullo spaccio a Marsala come a Trapani, perché il nostro dovere è raccontare storie, e per raccontarle bene i nomi servono, perché possiamo fare collegamenti, mettere insieme i fatti, unire episodi. E servono anche le ordinanze, e citare i passaggi, non per fare copia e incolla ma per mettere insieme i pezzi una storia. Prendiamo i fatti di mafia. La mafia è essenzialmente relazione, anzi, violenza di relazione, secondo una mirabile e sintetica definizione. Nel momento in cui tu Procuratore non puoi fare i nomi perché c'è la presunzione di innocenza, scompaiono anche le relazioni, e quindi il fatto. Da noi non denuncia quasi nessuno le estorsioni. Ma chi le denuncerà più sapendo che anche se il tuo estortore viene arrestato, davanti a fatti eclatanti, nessuno può raccontare la storia e magari dire "bravo" a chi ha denunciato, a chi ha svolto le indagini? Il danno è enorme. Lascerà sempre più solo chi, cerca comunque di dare un'informazione il più completa possibile ai cittadini, ma amplierà anche il giro "clandestino" delle informazioni, a scapito della correttezza e dell'attendibilità delle notizie. Ancora una volta, si pensa di affidare ad una legge, a due righe di un emendamento, la soluzione di un problema antico e complesso. Non basta e non serve. E’ troppo facile vietare.

fernando asaro 10feb14 1 920x450 1Bisogna invece lavorare nel senso di responsabilità di tutti i soggetti coinvolti. Ci vuole tempo, pazienza. Qualche settimana fa Assostampa Trapani, ad esempio, ha organizzato un incontro con il procuratore di Marsala, Fernando Asaro, proprio per parlare delle relazioni tra stampa e organi giudiziari. Nessun inciucio, nessuna complicità, solo stabilire delle regole, chiare per tutti, per rispettare il lavoro di ognuno, e i principi di legge. La sensazione è che ne siamo usciti tutti un po’ migliori, noi giornalisti, e anche il procuratore.

Questo intervento apre una serie di articoli di cronisti impegnati sul fronte della nera e della giudiziaria in Sicilia. Grazie ai colleghi che hanno accolto il nostro invito.

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