Domenica, 18 febbraio 2018 ore 09:19
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Il "giornalista pubblico" nel nuovo contratto di lavoro del pubblico impiego

Marianna MadiaColpisce più per i vuoti che per i contenuti. Mi riferisco all'accordo contrattuale per i dipendenti dei ministeri firmato il 23 dicembre scorso da Governo e parti sindacali. Per la prima volta – e di questo va dato atto – esso riconosce, all'articolo 95, in maniera specifica le figure dei “giornalisti pubblici” e dei comunicatori all'interno della pubblica amministrazione. Ma l'intesa, tanto faticosamente raggiunta, purtroppo è carente perché non fotografa quanto già esiste nel mondo degli uffici stampa pubblici.
Soprattutto non rispecchia le aspettative dei colleghi, ormai davvero numerosi, che nei 17 anni di mancata applicazione della legge 150 hanno lottato per avere riconosciuti diritti e compensi adeguati, avendo sempre come punto di riferimento il contratto Fnsi-Fieg. Colleghi che si sono spesso rivolti al giudice del lavoro e che l'hanno avuto vinta. La Federazione della stampa si è dichiarata soddisfatta dell'accordo – un giudizio che non mi sento di condividere – salvo poi riconoscere che “la strada è lunga e saranno necessari altri rinnovi contrattuali per giungere a una completa regolamentazione della materia”. Vista la cadenza dei rinnovi, c'è poco da stare allegri.
Ed allora, quali frutti sono stati portati a casa con la firma del 23 dicembre? Pochi, in verità, e uno di questi rischia di essere avvelenato. La cosa più consistente – ma è solo la formalizzazione di quanto già accade – è la definizione delle funzioni svolte dai giornalisti (e dai comunicatori) della pubblica amministrazione, la cui presenza, tuttavia, è già contemplata dai contratti in vigore. Di altro c'è solo la conferma dei versamenti previdenziali all'Inpgi, previsti però sin dal 2003, e l'adesione alla Casagit.
Inquietante, perché lascia spazio a sviluppi pericolosi, è la definizione di “giornalista pubblico”. Le parti hanno deciso di introdurre una nuova figura professionale che, evidentemente, si intende diversa dal giornalista delle aziende editoriali. Spero di sbagliarmi, ma la sola conseguenza che questa scelta lascia intravvedere e che i giornalisti degli uffici stampa dovranno accontentarsi di meno favorevoli condizioni contrattuali ed economiche, presumibilmente quelle previste nel pubblico impiego, dunque diverse da quelle applicate agli altri giornalisti lavoratori dipendenti nonostante l'appartenenza allo stesso elenco professionale e il dovere di rispettare le stesse norme e carte (per altro ne esiste una per gli addetti stampa) deontologiche. Insomma: stessi doveri ma non uguali diritti.
Lavoro in ufficio stampa pubblico da 10 anni, dove sono stato assunto dopo un concorso; avendo fatto il cronista nei precedenti 20 anni so che la mia funzione è diversa, che sono passato dalla parte di chi fornisce le notizie mentre prima era nella trincea di chi le cercava, ma vi posso assicurare che davanti alla tastiera e al monitor il mio atteggiamento non è cambiato di molto: da cronista lavoravo per portare a galla la verità o qualcosa che le somigliasse; da addetto stampa lavoro per informare i giornali sugli atti amministrativi nella maniera più neutra possibile, lontano dai condizionamenti e dalle tentazioni propogandistiche del vertice politico. Questo fa (o dovrebbe fare) non senza difficoltà un “giornalista pubblico” che non è molto diverso da ciò che fa – scusate la definizione ironica – un “giornalista privato”. Da cronista il mio punto di riferimento erano i lettori, da addetto stampa sono i colleghi che poi devono occuparsi del mio comunicato, affinché possano fornire ai lettori un'informazione quanto più aderente alla realtà.
So che gli addetti stampa pubblici sono visti con sospetto e sono considerati al servizio del potere: temo che chi ha accettato l'accordo del 23 dicembre si stato condizionato da questa suggestione. Se così fosse, sarebbe stato tradito lo stesso spirito della legge 150 che individua l'ufficio stampa come una delle tre gambe della comunicazione istituzionale (con Urp e portavoce) e ne fa uno strumento in favore della trasparenza della pubblica amministrazione. Non può esserci migliore regalo ai politici, specie a quelli che si occupano solo della gestione del potere e vivono le istituzioni come qualcosa di privato (non tutti, per fortuna), che disporre di giornalisti piegati ai loro interessi trasformandoli in strumenti di propaganda. L'indipendenza degli addetti stampa deve essere, invece, difesa perché risponde al concetto di trasparenza e, dunque, all'interesse dei cittadini e della democrazia.
Il contratto di lavoro è il solo strumento che i giornalisti, tutti, hanno a salvaguardia della loro indipendenza; non possono esserci eccezioni e sbaglia chi pensa che i dipendenti della pubblica amministrazione siano meno giornalisti degli altri e dunque possano avere meno diritti. Un addetto stampa scorretto non fa meno danni di un cronista scorretto e la sola maniera per non abbandonare i primi alle mani della politica e dei burocrati è di tenerli agganciati alla professione attraverso il contratto di lavoro e il rispetto dei principi deontologici che lo regolano.
Dunque, nell'intesa sindacale del 23 gennaio vedo profilarsi i rischi che avevo paventato in un precedente intervento del mese di settembre e, come se non bastasse, non viene data alcuna risposta a un domanda che posi allora: cosa sarà dei tantissimi addetti stampa pubblici che lavorano con il contratto Fnsi-Fieg, spesso conquistato con fatica e con decine cause di lavoro nei 17 anni di assoluto vuoto contrattuale dovuto all'Aran? Di questo non c'è traccia nell'articolo 95 e i nostri vertici federali non ne parlano.
Per evitare questa situazione c'era una sola strada da seguire: partire, come dicevo all'inizio, dalla fotografia della realtà e dai diritti acquisiti. Chi in Fnsi si è fatto portavoce di questa posizione non è stato ascoltato e alla fine si è deciso diversamente. Occorreva partire da esperienze virtuose come quelle della Sicilia, costruita sull'applicazione del contratto Fnsi-Fieg nella sua completezza, che è stata osteggiata ma che col tempo e con le sentenze nei tre gradi di giudizio si sta affermando.
Parlo della Sicilia non solo perché è la realtà che conosco meglio ma perché, essendo a statuto speciale, gode di autonomia legislativa sugli enti locali e, dunque, può essere considerata un laboratorio. Per noi – Assostampa, Gus, addetti stampa pubblici siciliani – non è stato un percorso semplice e neppure privo di trappole, ma alla fine la stiamo spuntando. La svolta risale a poco più di 10 anni fa, quando ci siamo trovati a fronteggiare le conseguenze di una sentenza della Corte costituzionale e siamo riusciti a strappare alla Regione un accordo sindacale sottoscritto anche dall'Associazione nazionale comuni d'Italia e dall'Unione delle province siciliane. L'intesa, pubblicata sulla Gazzetta ufficiale della Regione il 16 novembre del 2007, riguarda i profili professionali, presi del contratto di lavoro e modulati secondo le caratteristiche degli enti locali. La mossa è risultata vincente e da diversi anni ormai non c'è tribunale che non riconosca la validità dell'accordo del 2007; alcuni giudici sono andati oltre e hanno riversato sull'Aran la responsabilità dell'enorme vuoto normativo.
Contravvenendo a quanto previsto dall'articolo 9 della legge 150, l'Agenzia non ha mai avviato la contrattazione con le “organizzazioni rappresentative della categoria dei giornalisti” lasciando gli addetti stampa pubblici senza punti di rifermento e in balia di politici e burocrati. Il danno è stato enorme e protratto nel tempo. Ciò che oggi bisogna evitare è la beffa di doversi accontentare di un accordo al ribasso.

Francesco Di Parenti
presidente Gus Sicilia
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